Alla vigilia di San Dionigi la Chiesa di Crotone apre il nuovo anno pastorale: «Cominciamo da chi abbiamo accanto»
Nella parrocchia Maria Madre della Chiesa a Farina la celebrazione presieduta dall’arcivescovo Alberto Torriani con il clero diocesano. Nell’omelia l’invito a non limitarsi a riprendere le attività, ma a iniziare davvero.
La comunità della parrocchia Maria Madre della Chiesa, nel quartiere Farina, ha accolto questa sera l’inizio del nuovo anno pastorale dell’Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina, alla vigilia della festa di San Dionigi, compatrono dell’Arcidiocesi. Alla celebrazione hanno partecipato numerosi fedeli e il clero diocesano, con la Messa presieduta dall’arcivescovo monsignor Alberto Torriani.
Al centro della celebrazione è stato il significato della parola «iniziare». Non soltanto la ripresa delle attività dopo la pausa estiva, della catechesi e degli appuntamenti parrocchiali, ha dichiarato il presule nella sua omelia, ma la necessità di interrogarsi su ciò che deve realmente cominciare nella vita delle comunità cristiane.
«Non tutto ciò che riparte è un inizio». Si può infatti riaprire un calendario e riprendere programmi già conosciuti senza che, nella sostanza, accada qualcosa di nuovo. Un vero inizio, ha spiegato monsignor Torriani, è invece ciò che «rende possibile ciò che viene dopo».
Da qui la domanda rivolta alla Chiesa diocesana: non soltanto «che cosa dobbiamo fare quest’anno?», ma «che cosa il Signore vuole far cominciare in noi?». Un passaggio che porta direttamente al tema della fede vissuta e non ridotta alla sola programmazione delle attività.
La riflessione dell’arcivescovo ha preso spunto dal brano degli Atti degli Apostoli, con Paolo ad Atene, all’Areopago. Un luogo non ecclesiale, fatto di confronto, pensiero e idee differenti. Per Torriani, è proprio lì che la Chiesa deve avere il coraggio di andare.
Scuola, cultura, sport, politica, società civile, mondo del lavoro, luoghi della sofferenza, ambiente digitale, giovani e famiglie sono stati indicati come gli «areopaghi» del tempo presente. Non luoghi da conquistare, ma spazi nei quali incontrare le persone e ascoltare le loro domande.
«Prima dell’annuncio viene l’incontro», ha detto l’arcivescovo, richiamando l’atteggiamento di Paolo ad Atene, che prima di parlare osserva la città, ne conosce i luoghi e cerca un linguaggio comprensibile a chi ha davanti.
Un passaggio che si collega anche al percorso avviato con la Lettera pastorale “Effetto domino” e al tema della comunione. La comunione, ha ricordato il presule, non può restare una parola pronunciata nelle celebrazioni o un principio astratto: deve produrre conseguenze concrete nel modo di lavorare, collaborare e assumersi responsabilità nella Chiesa.
Nell’omelia è stato richiamato anche il Cammino sinodale, insieme al ruolo dei Consigli pastorali parrocchiali e diocesani, delle équipe delle Zone pastorali, degli uffici di Curia, del Consiglio presbiterale e delle altre forme di corresponsabilità. «Devono diventare luoghi nei quali cambia concretamente il nostro modo di pensare e di lavorare», ha affermato l’arcivescovo.
Il richiamo è stato anche alla coerenza tra la fede professata e la vita quotidiana. Il rischio, ha osservato, è quello di continuare a parlare di comunione senza viverla, di invocare la corresponsabilità senza condividere gli spazi, di parlare di missione senza incontrare più alcune persone.
Nella parte finale dell’omelia l’attenzione si è concentrata su due reazioni davanti all’annuncio di Paolo: la derisione e il rinvio. «Ti sentiremo su questo un’altra volta», viene detto all’apostolo. Per l’arcivescovo è la tentazione del «poi»: prima o poi cambierò, prima o poi mi impegnerò, prima o poi affronteremo un problema.
Ed è proprio contro questa logica del rinvio che Torriani ha concluso la sua riflessione. «Iniziare un anno pastorale non significa inaugurare un programma ma decidere che cosa non vogliamo più rimandare».
L’auspicio affidato alla comunità diocesana è quindi concreto: che inizi una collaborazione dove si è lavorato da soli, un ascolto dove ci si è limitati a parlare, un incontro con chi non frequenta più gli ambienti della Chiesa, una responsabilità dove ci si è voltati dall’altra parte, una fraternità dove ci si è soltanto sopportati.
La conclusione è stata una parola semplice: «Cominciamo». Non quando tutto sarà pronto, non quando ci saranno tutte le risposte e neppure quando tutti saranno d’accordo. «Cominciamo da ciò che abbiamo. Cominciamo da chi abbiamo accanto», ha detto monsignor Torriani, invitando la Chiesa diocesana a riconoscere negli «areopaghi» quotidiani i luoghi nei quali vivere la propria missione. «Permettiamo al Vangelo di cominciare nuovamente da noi», è stato l’ultimo richiamo dell’arcivescovo.
Danilo Ruberto