Tassi che salgono e scendono: come proteggere i risparmi quando l’Euribor cambia direzione
Dal 2024 la BCE ha avviato una fase di riduzione dei tassi, e chi si era abituato a rendimenti finalmente decenti ha dovuto fare i conti con offerte via via meno generose
Pubbliredazionale - Per buona parte degli anni Dieci l’Euribor è stato un nome che interessava quasi soltanto a chi aveva un mutuo a tasso variabile. Stava sotto zero, si muoveva poco, e chi teneva i soldi in banca aveva smesso da tempo di aspettarsi qualcosa in termini di interessi. Poi, nel giro di pochi mesi tra il 2022 e il 2023, la Banca centrale europea ha alzato il costo del denaro a una velocità che pochi ricordavano, e quel parametro un po’ oscuro è finito nei titoli dei telegiornali. Le rate dei mutui variabili sono salite, a volte in modo pesante; dall’altra parte del bancone, per la prima volta dopo molto tempo, i risparmiatori hanno ricominciato a vedere rendimenti positivi su conti deposito e titoli di Stato di nuova emissione.
Il ciclo, come sempre, non si è fermato lì. Dal 2024 la BCE ha avviato una fase di riduzione dei tassi, e chi si era abituato a rendimenti finalmente decenti ha dovuto fare i conti con offerte via via meno generose. È in questi passaggi, quando la direzione cambia, che le scelte fatte con il proprio denaro mostrano i loro pregi e i loro limiti.
Euribor e tassi BCE: perché i rendimenti del risparmio cambiano
L’Euribor è il tasso al quale le principali banche dell’area euro si prestano denaro tra loro, calcolato ogni giorno lavorativo per diverse scadenze, da una settimana a dodici mesi. Non è deciso direttamente dalla Banca centrale, ma ne segue le mosse con grande fedeltà: quando la BCE alza i tassi di riferimento, l’Euribor sale, quando li abbassa tende a scendere, spesso anticipando le decisioni sulla base di ciò che i mercati si aspettano.
Per le famiglie questo parametro funziona come una specie di termometro. Chi ha un mutuo variabile lo vede riflesso nella rata, che si aggiorna a intervalli prefissati. Chi risparmia lo ritrova, in modo meno diretto, nei rendimenti offerti dalle banche sui conti deposito, nelle cedole dei titoli di nuova emissione, nei prezzi delle obbligazioni già in circolazione. La relazione non è sempre immediata (le banche, per esempio, sono storicamente rapide ad adeguare i tassi sui prestiti e un po’ più lente a riconoscerli sui depositi), ma la tendenza di fondo è quella.
Il punto, per chi ha dei risparmi da parte, è che nessuno sa con certezza dove andranno i tassi tra un anno o tre. Le previsioni degli analisti cambiano a ogni dato sull’inflazione, a ogni crisi internazionale, a ogni conferenza stampa della presidente della BCE. Costruire una strategia su una previsione precisa è quindi rischioso. Più sensato è capire come reagisce ciascuno strumento ai diversi scenari, e scegliere di conseguenza.
Obbligazioni a tasso variabile e titoli indicizzati all’Euribor
Una delle soluzioni pensate proprio per chi non vuole scommettere sulla direzione dei tassi sono le obbligazioni a tasso variabile. Il principio è semplice: la cedola non è fissata una volta per tutte al momento dell’emissione, ma si ricalcola periodicamente sulla base di un parametro di mercato, a cui si aggiunge una maggiorazione stabilita in partenza. Se i tassi salgono, le cedole successive diventano più ricche; se scendono, si riducono.
Nel panorama dei titoli pubblici italiani questo ruolo lo svolgono i CCT, che pagano una cedola semestrale legata all’Euribor a sei mesi più uno spread fissato all’emissione. La loro caratteristica più apprezzata riguarda la stabilità del prezzo: poiché la cedola si adegua in fretta alle condizioni di mercato, il valore del titolo tende a oscillare molto meno di quello di un’obbligazione a tasso fisso con la stessa scadenza. Per chi potrebbe aver bisogno di vendere prima della fine, è un vantaggio concreto. Come per gli altri titoli di Stato, gli interessi sono tassati al 12,5%.
Questa protezione ha però un rovescio. Nelle fasi di discesa dei tassi, chi possiede un titolo a cedola variabile vede il proprio rendimento ridursi a ogni stacco, mentre chi aveva bloccato un tasso fisso al momento giusto continua a incassare la stessa cifra. Lo strumento non elimina il rischio legato ai tassi: lo trasforma, spostandolo dal prezzo del titolo all’entità delle cedole future. Va ricordato inoltre che il rischio emittente, cioè la solidità di chi ha emesso l’obbligazione, resta in ogni caso, e incide sulla maggiorazione richiesta dal mercato.
Duration e titoli a tasso fisso: come si muovono i prezzi
Chi vuole capire davvero come si comporta un’obbligazione al variare dei tassi deve fare la conoscenza di un concetto che nei prospetti compare spesso e viene letto di rado: la duration. Senza entrare nei dettagli matematici, indica quanto è sensibile il prezzo di un titolo ai movimenti dei tassi di interesse. Più è alta, più il prezzo si muove. E cresce, in linea generale, con la scadenza del titolo e con il ridursi della cedola.
Il meccanismo funziona in entrambe le direzioni. Quando i tassi salgono, le obbligazioni a tasso fisso già in circolazione perdono valore, perché le nuove emissioni offrono cedole più alte e nessuno è disposto a pagare il prezzo pieno per un titolo che rende meno. È quanto è successo nel 2022, quando anche titoli considerati tranquillissimi hanno registrato ribassi sensibili, sorprendendo molti risparmiatori che li credevano immuni da oscillazioni. Quando invece i tassi scendono accade l’opposto: i vecchi titoli con cedole più alte diventano appetibili e il loro prezzo sale, offrendo a chi li possiede anche un guadagno in conto capitale oltre alle cedole.
Per questo, nelle fasi in cui ci si aspetta un calo del costo del denaro, alcuni risparmiatori scelgono di allungare la durata dei propri investimenti, così da fissare per più tempo i rendimenti disponibili. È una scelta legittima, a patto di sapere che, se le attese si rivelano sbagliate, si ritroveranno in portafoglio titoli che perdono valore, e che conviene tenerli fino a scadenza per evitare di realizzare la perdita.
Conti deposito, fondi monetari e scadenze scaglionate: le scelte per la liquidità
Per la parte di risparmi che deve restare disponibile in tempi brevi, le opzioni sono diverse. I conti deposito vincolati permettono di fissare un tasso per un periodo definito, sei mesi, un anno, due anni, e rappresentano un modo semplice per bloccare il rendimento quando ci si aspetta un calo. Le somme sono garantite dal Fondo interbancario di tutela dei depositi fino a 100 mila euro per depositante e per banca, e gli interessi sono tassati al 26%. Quelli liberi, invece, consentono di prelevare in qualsiasi momento, ma il tasso può essere modificato dalla banca e in genere segue con un certo ritardo l’andamento del mercato.
Un’alternativa usata da chi investe tramite un conto titoli sono i fondi monetari e gli ETF che replicano l’€STR, il tasso a brevissimo termine pubblicato ogni giorno dalla BCE. Il loro rendimento si adegua quasi automaticamente ai movimenti della politica monetaria, verso l’alto come verso il basso, e la liquidabilità è elevata. Qui non c’è la garanzia del fondo interbancario, e vanno considerati commissioni di acquisto e costi di gestione, che su importi contenuti pesano in proporzione di più.
Tra le tecniche più consigliate dagli educatori finanziari c’è poi la cosiddetta scala delle scadenze: invece di investire tutto su un’unica data, si distribuisce il capitale su titoli o depositi che scadono in momenti diversi, per esempio a uno, due, tre e quattro anni. A ogni scadenza si reinveste alle condizioni del momento. Se i tassi sono saliti si approfitta dei nuovi rendimenti, se sono scesi almeno una parte del capitale continua a beneficiare di quelli più alti fissati in precedenza. Il risultato è un rendimento medio meno brillante nei casi favorevoli, ma molto più stabile, e soprattutto la possibilità di non dover indovinare, ogni volta, la prossima mossa della Banca centrale.