Steccato di Cutro, tre anni dopo: il dovere dell’informazione e della memoria
Al Liceo Pitagora confronto tra giornalisti e attivisti su responsabilità, linguaggio e processo: “Non abbassare la guardia”
All’aula magna del Liceo Classico Pitagora, a tre anni dal naufragio di Naufragio di Steccato di Cutro, si è tenuto il corso di formazione per giornalisti dal titolo “Tre anni dopo il naufragio di Cutro: memoria, responsabilità e ruolo dell’informazione”, promosso dall’Associazione Carta di Roma in collaborazione con Sabir e con l’Ordine dei Giornalisti della Calabria. Un momento di confronto sul dovere di raccontare, documentare e non lasciare che il tempo spenga l’attenzione.
Ad aprire i lavori i saluti del presidente dell’Ordine, Giuseppe Soluri, che ha richiamato il rischio dell’oblio: “Tutte le tragedie, purtroppo, dopo un po’ si finisce di parlarne. La memoria spesso si perde”. Con lui Manuelita Scigliano di Rete 26 Febbraio, che ha ricordato l’importanza di un’alleanza tra enti, attivisti e organi di stampa per evitare che le vicende vengano messe a tacere, dando voce anche ai familiari delle vittime.
A moderare l’incontro Paola Barretta, giornalista di Carta di Roma, che ha posto al centro il tema della responsabilità mediatica: “C’è stato un calo del 40% dell’attenzione dei media sul fenomeno migratorio. Vi è la responsabilità di tematizzare e tenere in vita queste questioni”.
Tra gli interventi anche quello del fotoreporter Francesco Malavolta, originario di Corigliano-Rossano e da anni a Brindisi per documentare i primi flussi migratori albanesi. “Non si parla mai del prima e del dopo. A me interessa raccontare queste storie. La verità. Senza spettacolarizzazione”, ha spiegato, vicino alla dignità delle persone ritratte.
Si è discusso anche delle novità normative: dal primo giugno cambia il codice deontologico e, per quanto riguarda le persone migranti, sarà obbligatorio utilizzare termini rispettosi, evitare informazioni imprecise e non ricorrere a esposizioni discriminatorie.
Manuelita Scigliano ha ricordato anche il ciclone in Calabria che nei mesi scorsi ha restituito al mare i corpi di alcuni migranti. “Se ne parla poco perché ormai c’è assuefazione. Sentiamo continuamente la conta dei morti nei nostri mari, alle nostre frontiere, ed è brutto dirlo ma sembra quasi normale. Non ci fa più neanche orrore sapere che ci sono corpi alla deriva che arrivano sulle nostre spiagge”, ha detto. E ancora: “È per questo che il giornalismo, la fotografia, i video possono aiutarci a restituire quel senso di umanità che i numeri non riescono più a darci”.
Dello stesso avviso Angela Caponnetto di RaiNews24: “Nelle redazioni diventa complicato e divisivo parlare di fenomeni migratori, forse si preferisce non insistere. Parliamo di persone annegate. Oggi i giornalisti che seguono questi temi sono rimasti in pochi. Non dobbiamo abbassare la guardia, dobbiamo continuare a documentare e denunciare”.
Presente anche la giornalista afghana Rahel Saya, che ha invitato a non ridurre le storie a etichette: “Non voglio essere considerata una vittima, però è giusto che si faccia memoria di storie come quella di Torpekai Amarkhel, giornalista morta nel naufragio di Steccato, e di tutte le donne che non ce l’hanno fatta”.
L’avvocata Lidia Vicchio, socia Asgi, ha richiamato l’attenzione sul processo in corso: “Esserci è necessario. La presenza della stampa è fondamentale. Le telecamere in tribunale a Crotone per il processo di Steccato di Cutro sono vietate, ma le udienze sono aperte al pubblico. I crotonesi non si sono dimenticati, il mio appello è di partecipare”.
A chiudere l’incontro Luciano Scalettari, presidente di ResQ: “Il mestiere del giornalismo è restituire la verità sostanziale dei fatti: chi è in mare va soccorso, senza se e senza ma”.
Danilo Ruberto