“Ricamare è resistenza”: a Crotone il lenzuolo con i nomi della strage di Steccato di Cutro
A Mara Vinarte l’incontro con i familiari e Carovane Migranti: i nomi delle vittime cuciti su un lenzuolo itinerante che attraversa l’Italia per ricordare e denunciare le responsabilità della strage
Nel solco delle iniziative per il terzo anniversario della strage di Steccato di Cutro, ieri a Crotone, presso Mara Vinarte, si è tenuto un incontro con i familiari delle vittime (LEGGI QUI) attorno al ricamo collettivo in memoria delle persone scomparse lungo il cammino migratorio. Al centro dell’iniziativa il lenzuolo con i nomi delle vittime di Cutro, parte di un’opera itinerante cucita in diverse città d’Italia, che accompagna i percorsi di memoria, denuncia e richiesta di verità e giustizia.
L’incontro è stato promosso da Carovane Migranti, collettivo nato nel 2013, che in questi giorni intreccia le proprie attività con le iniziative organizzate tra Steccato di Cutro e Crotone dalla Rete 26 Febbraio. Un momento di ascolto e condivisione che ha visto la partecipazione diretta dei familiari delle vittime, tornati ancora una volta in Calabria per ribadire che quanto accaduto la notte del 26 febbraio 2023 non può essere archiviato come una fatalità.
A spiegare il senso politico e simbolico del ricamo collettivo è stata Gianna De Masi di Carovane Migranti: “Quella di Cutro non è stata una fatalità, non è stato un incidente e non è stato il destino. Ci sono state scelte precise che hanno portato a quella che giustamente viene definita una strage. Con questo lavoro vogliamo dire con forza che le frontiere uccidono.”
Il riferimento al piccolo Alì, divenuto simbolo della tragedia, attraversa anche il lenzuolo ricamato: “È tristissimo pensare che un bambino diventi un simbolo. In realtà ci sono tanti piccoli Alì in tante parti del mare e del mondo. Con questi nomi vogliamo dare un nome ai numeri, perché non sono numeri: sono persone a cui è stato negato il diritto alla vita, oltre al diritto di scegliere dove vivere.”
Il valore del lenzuolo come strumento di contro-narrazione è stato sottolineato anche da Patrizia Peinetti, tra le promotrici del progetto di ricamo collettivo: “Il lenzuolo con i nomi dei dispersi e dei morti di Cutro grida la verità, perché dà voce alle famiglie che dicono che non è stato il mare a uccidere, che non è stato un semplice naufragio, ma che sono state le frontiere. È una contro-verità rispetto al messaggio che spesso passa su questi temi.”
Secondo Patrizia Peinetti, il ricamo diventa anche una forma di resistenza civile: “Ricamare i nomi è un modo per fare comunità, per creare relazioni, per prendersi cura insieme. È una forma di resistenza, perché afferma la verità e costruisce legami tra madri, familiari e attivisti.”
Il lenzuolo, spiegano gli organizzatori, viene portato nelle scuole, nelle biblioteche e negli spazi pubblici, dove al ricamo si accompagnano i racconti delle storie delle vittime: “Quando raccontiamo le storie delle famiglie, come quella della famiglia Maleki, si tocca di più l’animo delle persone. Ricamiamo nelle scuole, nelle biblioteche, per strada, coinvolgendo chi passa: è un lavoro di diffusione di informazioni e di memoria viva.”
Nel silenzio che accompagna ago e filo, i nomi cuciti sul lenzuolo diventano così un atto pubblico di memoria e di accusa: contro l’oblio, contro la riduzione delle persone a numeri, contro un sistema di frontiere che – denunciano gli attivisti,continua a produrre morti nel Mediterraneo.