Psico-Sanremo 2026: l’inconscio dietro le canzoni

Lo psicologo Marco Piccolo di Cosenza propone una guida “psy” ai brani in gara: bisogno di cura, sensi ci colpa, coazione a ripetere, vergogna del maschile e lutto

A cura di Redazione
24 febbraio 2026 23:00
Psico-Sanremo 2026: l’inconscio dietro le canzoni - Foto: Redazione
Foto: Redazione
Condividi

Riceviamo e pubblichiamo - I testi di Sanremo 2026 non parlano solo d’amore, ma del modo in cui oggi ci difendiamo dall’amore. Lo psicologo Marco Piccolo di Cosenza propone una guida “psy” ai brani in gara: bisogno di cura, sensi ci colpa, coazione a ripetere, vergogna del maschile e lutto.

Mi sono preso la briga di leggere testi e presentazioni dei 30 brani in gara. Non per fare il critico musicale né per stilare classifiche. Mentre l’Ariston accende le luci della ribalta, ho provato a fare il contrario: spegnere i riflettori per accendere una piccola luce sull’inconscio.

Molti testi di quest’anno, di primo acchito, sembrano semplici. A tratti persino “banali”. Ma la “banalità”, molte volte, è una forma di protezione per non farsi travolgere dalle emozioni. E infatti ci sono alcuni brani che lasciano intravedere qualcosa di molto vero sulla nostra psiche: ferite, copioni, difese.

Ne ho scelti quattro (più uno). Non perché siano “i più belli” (come voi, non li ho ancora ascoltati), ma perché nei loro testi si vedono meglio alcune “psico-dinamiche” care alla mia Psicologia del profondo.

Il primo è “Magica favola” di Arisa, una canzone che mette a tema la regressione psicologica come richiesta di cura.

Il testo è un viaggio a ritroso. Non per nostalgia estetica, ma per bisogno. Quando il presente diventa stancante, disordinato, confuso, la psiche cerca un luogo dove tornare. E quel luogo ha un nome antico: “tra le braccia di mia madre”.

Qui la regressione non è infantile, ma una richiesta di contenimento. Donald Winnicott direbbe: quando l’ambiente vacilla, riemerge la domanda di qualcuno “sufficientemente buono” che ci permetta di riposare senza vergognarci di essere fragili.

E c’è un altro dettaglio importante: la passione che si confonde con la sofferenza. In molte relazioni, il soggetto chiama “amore” ciò che in realtà è un impasto di bisogno e di ferite. La favola, allora, non è una fuga. È un modo di sopravvivere senza crollare.

“Male necessario” di Fedez & Masini è la seconda canzone che ho scelto, un brano che parla del padre, della colpa e dell’Ombra.

Questo è forse il brano più esplicitamente “clinico”. Non tanto per le parole forti, ma per la struttura interna: un Io che prova a separarsi da un Ego che lo imprigiona, e un “tribunale interiore” che continua a parlare.

Il verso sul padre è centrale: “Ogni padre inizia come fosse un Dio, ma poi finisce che diventa un alibi”. Qui si sente il crollo dell’idealizzazione. Sigmund Freud direbbe: quando cade il padre ideale, il soggetto resta solo davanti alla propria colpa e alle proprie cicatrici. Carl Jung aggiungerebbe: in quel momento emerge l’Ombra: ciò che abbiamo rimosso perché non coincide con l’immagine che volevamo essere.

Un punto delicato è anche il titolo: “male necessario”. È un’idea ambigua, e proprio per questo interessante. Per alcuni è trasformazione: attraversare il dolore per smettere di scappare. Per altri è condanna: restare attaccati alla sofferenza perché almeno quella fa sentire vivi.

Il terzo brano è “Avvoltoi” di Eddie Brock che parla dell’impulso irrefrenabile a scegliere l’oggetto che ferisce. La canzone lo esprime con durezza: parla di chi “sceglie sempre quello che farà male”. Qui non siamo nel romanticismo. Siamo nella ripetizione.

Freud la chiamerebbe “coazione a ripetere”: il soggetto torna, senza saperlo, nello stesso punto doloroso per tentare di controllarlo, di trasformarlo, di dominarlo. Ma finisce per riaprirlo.

Gli “avvoltoi” diventano una bella immagine psichica: non solo nemici esterni, ma figure interne che si posano sulla nostra vulnerabilità e impediscono il gesto più semplice e più difficile: “spogliare il cuore”, cioè uscire dalla corazza. È una canzone sul masochismo relazionale, ma detta senza moralismi: come se il testo dicesse “lo so, eppure ci ricasco”.

La canzone di Tredici Pietro “Uomo che cade” è la quarta che ho scelto perché descrive la fragilità del Sé e la vergogna del maschile. Già il titolo è perfetto: l’uomo che cade. Non l’uomo che combatte, non l’uomo che vince. Cade. E nel testo compaiono immagini di buio interno, mancanza di rispetto per sé, “interni neri”.

Qui sento un tema molto contemporaneo: la mascolinità che non riesce più a reggere l’obbligo culturale della prestazione. E forse è un bene. Perché quando il Sé è costretto a essere sempre “forte”, la fragilità non sparisce: diventa sintomo, dipendenza, anestesia.

Winnicott direbbe che la caduta può essere un varco: smettere di recitare un falso Sé performante e incontrare, finalmente, un punto di verità. L’imbarazzo, la macchia, il fallimento diventano paradossalmente l’unica autenticità possibile

Come dicevo, c’è un quinto brano che merita assolutamente di stare accanto ai quattro: “Stella stellina” di Ermal Meta. Qui il dolore non è un tema: è un ambiente. Il tempo si spezza, diventa irregolare, quasi irreale. È il lutto quando non scorre, quando non “passa” e ti cambia la percezione del mondo. Il testo oscilla tra due movimenti opposti: tenere vivo il legame e anestetizzare per non sentire. Melanie Klein parlerebbe di riparazione: il dolore come tentativo di salvare l’oggetto dentro di sé. Wilfred Bion aggiungerebbe che il dolore diventa pensiero solo se può essere contenuto.

Oltre a questi cinque, ci sono altri brani “psy” che vale la pena citare brevemente. “Ossessione” di Samurai Jay parla di quando l’altro diventa una sostanza; non una relazione ma un vero e proprio “craving” con picchi e sindrome di astinenza. “Animali notturni” di Malika Ayane parla della notte come luogo del legame clandestino, come se l’identità possa reggere solo al buio. “Prima che” di Nayt esprime il bisogno di esistere nello sguardo dell’altro – la fame di riconoscimento – prima dell’immagine e del ruolo. E infine “Le cose che non sai di me” di Mara Sattei che parla del silenzio come forma di controllo: non ti dico tutto non perché non ti ami, ma perché ho paura di essere presa.

In conclusione, se dovessimo fare una diagnosi a questo Sanremo, parlerei di un’edizione nostalgica e un po’ depressiva, ma con un dettaglio molto importante: il dolore non viene mascherato da eroismo, ma viene cantato. E quando il dolore viene cantato, a volte, smette di essere solo dolore e comincia a diventare simbolo. Come dico spesso alle persone che incontro: quando il dolore può essere pensato, cambia forma. Diventa energia e cambiamento.

Dott. Marco Piccolo, psicologo di Cosenza

Segui CalabriaOk