Le maschere bianche e lavoro invisibile alla Cittadella: la protesta dei 74 Konecta

Davanti alla Regione a Catanzaro la mobilitazione dei lavoratori esclusi dalla cassa integrazione, atteso un confronto con l’assessore Calabrese

A cura di Redazione
05 maggio 2026 16:18
Le maschere bianche e lavoro invisibile alla Cittadella: la protesta dei 74 Konecta -  Foto Uff. Stampa Konecta
Foto Uff. Stampa Konecta
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Le maschere sono tutte uguali. Bianche, immobili, senza espressione. Eppure, davanti alla Cittadella regionale di Catanzaro, ognuna racconta una storia diversa. Storie di lavoro fragile, di stipendi da 700 euro, di famiglie intere che rischiano di restare senza nulla nel giro di pochi giorni. È qui che i lavoratori di Konecta, ex Lap, hanno deciso di trasformare la protesta in un’immagine impossibile da ignorare: quella dell’invisibilità.

Il piazzale si riempie lentamente. Nessuna scenografia forzata, solo la forza di una presenza silenziosa che diventa denuncia. Le maschere bianche sono il simbolo di chi si sente escluso, lasciato ai margini di un sistema che aveva promesso innovazione e lavoro stabile attraverso la digitalizzazione, e che oggi restituisce precarietà e incertezza. Al centro della vertenza ci sono 74 lavoratori senza ammortizzatori sociali, con il contratto in scadenza il 18 maggio. Per loro il tempo non è una variabile: è una scadenza che incombe.

Ma la giornata non è solo protesta. È anche delusione. Perché il rispetto, spiegano i manifestanti, non può fermarsi alle parole o alle promesse di una soluzione futura. Deve tradursi in presenza, ascolto, confronto diretto. Ed è proprio questo che oggi è mancato.

Alla richiesta di incontrare il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, e l’assessore al Lavoro, Giovanni Calabrese, la risposta è stata parziale, distante. Il presidente assente per impegni istituzionali. Sull’assessore, invece, una presenza annunciata e poi sfumata, fino a un messaggio fatto arrivare tramite la Digos. Sempre lo stesso: “Stiamo lavorando a una soluzione”. Una frase già ascoltata dieci giorni fa in Prefettura, che oggi pesa ancora di più perché non accompagnata da certezze.

E mentre le istituzioni prendono tempo, la realtà corre. Da una parte ci sono lavoratori coperti dalla cassa integrazione straordinaria fino al 31 dicembre 2026. Dall’altra gli ex Lap, intrappolati da anni in una precarietà strutturale e ora a un passo dall’uscita definitiva dal ciclo produttivo, senza alcuna tutela. Due condizioni diverse, ma un’unica domanda: cosa succederà adesso?

La protesta allora cambia tono. Non è più solo una richiesta, ma un’accusa implicita a un sistema che rischia di trasformare risorse pubbliche in occasioni mancate. Perché quel progetto di digitalizzazione, nato come modello di sviluppo, oggi appare sospeso, privo di una direzione chiara. E in questo vuoto, a pagare non possono essere i lavoratori.

“Mettere in sicurezza questi lavoratori non è una concessione, è un dovere”, è il messaggio che attraversa la piazza. Un messaggio che non si disperde, ma si stratifica tra le voci, gli sguardi, le mani alzate. Non c’è rabbia cieca, ma una determinazione lucida. La consapevolezza che questa vertenza è un banco di prova per la credibilità delle istituzioni.

Intanto, un primo spiraglio resta aperto: nei prossimi giorni dovrebbe essere convocato un tavolo tecnico con una delegazione dei lavoratori. Ma le parole, ormai, non bastano più. Servono atti concreti, soluzioni immediate, coperture reali.

Le maschere restano indosso anche quando la piazza si svuota. Perché l’invisibilità non finisce con la protesta. E proprio per questo la mobilitazione non si fermerà. Andrà avanti, con ancora più forza, da qui al 18 maggio. Fino a quando quei volti nascosti non torneranno ad avere un nome, un lavoro, una certezza.

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