L’appello di Galardo e Schipani: riportare l’Apollo Aleios “a casa” a Crotone
Il maestoso acrolito del V secolo a.C., rinvenuto a Punta Alice, è a Reggio. Crotonese e turisti costretti a 200 km per vederlo
L’Apollo Aleios, capolavoro del V secolo a.C. rinvenuto a Punta Alice da Paolo Orsi nel 1924, continua a vivere in esilio a Reggio Calabria, privando il Crotonese e Cirò del loro simbolo più potente. Una statua del territorio costretta a una lontananza ingiusta, che spezza il legame tra il reperto e il luogo che lo ha generato.
La politica del “Museo-Ghetto” ha concentrato negli ultimi cinquant’anni i tesori calabresi in un unico grande polo a Reggio, oscurando l’Apollo Aleios tra i Bronzi di Riace. A Crotone o Cirò, invece, l’opera sarebbe il Re assoluto, capace di rilanciare turismo e cultura, elementi oggi ancora lontani dalle loro potenzialità.
Il santuario di Punta Alice appare oggi come un luogo senza anima. Portare via la statua dal suo tempio significa cancellare il significato stesso del sito: la cultura non è solo esposizione, ma legame con la terra che l’ha generata.
Secondo Antonio Galardo e Salvatore Schipani, appassionati di storia e archeologia locale, è arrivato il momento di porre fine a questa ingiustizia. Sistemi di sicurezza e teche climatiche avanzate permetterebbero di esporre l’Apollo in totale sicurezza a Crotone o nel Museo di Cirò, restituendo ai cittadini e ai turisti il diritto di ammirare ciò che nasce dalle loro terre senza dover percorrere 200 km.
Basta scuse: la Regione Calabria e il Ministero della Cultura devono avviare il rientro del Dio nel Crotonese. Un territorio non può costruire il proprio futuro se gli viene negato il possesso del proprio passato.