Il fascino dell’Egitto arriva fino a Cosenza: tra Iside, scarabei e antichi scambi nel Mediterraneo

Nel territorio provinciale esistono testimonianze archeologiche della circolazione di oggetti, immagini e culti di origine egizia

A cura di Redazione
22 ottobre 2026 11:45
Il fascino dell’Egitto arriva fino a Cosenza: tra Iside, scarabei e antichi scambi nel Mediterraneo - Foto: Redazione
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Pubbliredazionale - Piramidi, faraoni e misteri sepolti nella sabbia: l’antico Egitto occupa da generazioni un posto speciale nell’immaginario italiano. Il cinema lo ha trasformato nello scenario di avventure e grandi ricostruzioni storiche, i libri ne hanno raccontato le dinastie e gli enigmi, mentre la cultura popolare continua a riprenderne simboli e ambientazioni, perfino in giochi come book of ra. Un repertorio immediatamente riconoscibile, capace di evocare un mondo lontano anche attraverso pochi elementi: un geroglifico, uno scarabeo, il profilo di una sfinge.

Per chi vive a Cosenza, però, il rapporto con quella civiltà può assumere una dimensione molto più vicina. Nel territorio provinciale esistono testimonianze archeologiche della circolazione di oggetti, immagini e culti di origine egizia. A Sibari si venerava Iside; a Francavilla Marittima e ad Amendolara sono stati ritrovati amuleti che rimandano alla cultura del Nilo. Nel capoluogo, invece, un dipinto custodito nella Galleria nazionale richiama l’Egitto della tradizione cristiana. Sono legami diversi per epoca e significato, che permettono di leggere il patrimonio cosentino da una prospettiva meno consueta.

A Sibari un santuario dedicato alle divinità egizie

Il collegamento più evidente si trova nell’area archeologica di Sibari, in località Casa Bianca. Qui gli scavi hanno riportato alla luce gran parte di un santuario databile al II secolo dopo Cristo, nel quale venivano venerate divinità egizie. La presenza di Iside è attestata da iscrizioni, mentre quella di Serapide è ritenuta probabile.

La distinzione cronologica è importante. Il santuario appartiene alla fase romana del sito, quando la città si chiamava Copia, e non alla Sibari arcaica celebrata dalle fonti per la sua ricchezza. Nello stesso luogo si erano succedute esperienze urbane differenti: prima Sibari, poi Thurii, infine la colonia romana. Il culto egizio si inserisce dunque in una storia lunga, fatta di trasformazioni politiche e culturali.

Iside, originariamente legata alla religione dell’antico Egitto, conobbe una vasta diffusione nel mondo greco e romano. Il suo culto superò i confini della terra dei faraoni e raggiunse numerosi centri del Mediterraneo. Ritrovarne una testimonianza nella Sibaritide significa riconoscere anche questo territorio come parte di un mondo attraversato da persone, credenze e pratiche religiose capaci di viaggiare per grandi distanze.

Francavilla Marittima e gli amuleti che raccontano un mondo di scambi

Un altro capitolo conduce a Francavilla Marittima, tra il Timpone della Motta e la necropoli di Macchiabate. Da questo territorio provengono reperti egizi ed egittizzanti, oggetti che hanno attirato l’attenzione degli studiosi e ai quali Günther Hölbl e Marianne Kleibrink hanno dedicato uno specifico volume di ricerca.

La parola “egittizzante” aiuta a capire la natura di questi ritrovamenti. Un oggetto poteva riprendere forme e simboli dell’Egitto senza essere stato necessariamente realizzato sulle rive del Nilo. Artigiani di altre regioni mediterranee producevano manufatti ispirati a quei modelli, contribuendo alla loro diffusione attraverso le reti commerciali.

Nella necropoli di Macchiabate è documentato, per esempio, un amuleto in pietra a forma di scarabeo. Un oggetto piccolo, ma significativo: testimonia l’arrivo nel territorio di un simbolo appartenente alla tradizione egizia e il suo inserimento in un contesto locale. Per comprenderlo occorre immaginare un Mediterraneo nel quale le merci passavano di mano in mano, portando con sé anche significati, abitudini e credenze.

Gli scarabei di Amendolara e il valore della protezione

Anche Amendolara partecipa a questa storia. Il patrimonio archeologico locale comprende scarabei antichi, con esemplari che il Catalogo generale dei Beni Culturali colloca tra l’VIII e il VII secolo avanti Cristo. Sono testimonianze che spostano il rapporto con la cultura egizia molto indietro nel tempo, diversi secoli prima del santuario di età romana individuato a Sibari.

Nella tradizione faraonica lo scarabeo era associato alla nascita, alla rigenerazione e al rinnovarsi della vita. La sua immagine divenne una delle forme più diffuse nella produzione di amuleti. Nel territorio di Amendolara, ritrovamenti di questo genere sono documentati anche in sepolture femminili e infantili: un dato che ha portato gli studiosi a considerarne il possibile valore protettivo, in relazione alla fecondità e alla salute dei bambini.

Occorre comunque evitare una conclusione troppo rapida: trovare uno scarabeo non significa dimostrare che nel luogo esistesse una comunità egiziana. Gli oggetti potevano arrivare attraverso intermediari e percorrere itinerari complessi. Il dato concreto è la presenza di manufatti e simboli riconducibili a quella cultura, accolti all’interno delle comunità della Sibaritide.

Il Mediterraneo che univa la Sibaritide all’Oriente

I reperti di Francavilla Marittima e Amendolara aiutano a osservare l’antico territorio cosentino come parte di una rete di relazioni. Le coste ioniche erano raggiunte da circuiti commerciali che collegavano regioni differenti del Mediterraneo, attraverso navigatori e mercanti fenici, ciprioti, greci e altri intermediari.

In questi scambi si muovevano sia oggetti prodotti in Egitto sia imitazioni realizzate altrove. Per questo il legame con il mondo egizio va ricostruito reperto per reperto, distinguendo la provenienza materiale dall’origine del modello culturale. Un amuleto poteva essere fabbricato lontano dal Nilo e conservare comunque un’immagine nata nella tradizione egizia.

È proprio questa circolazione a rendere interessante la storia. Gli abitanti della Sibaritide entravano in contatto con oggetti provenienti da altri orizzonti e potevano attribuire loro un valore nella propria vita quotidiana o nelle pratiche funerarie. La distanza geografica non impediva a un simbolo di essere conosciuto, adottato e reinterpretato.

A Cosenza l’Egitto entra anche nella pittura

Spostandosi nel capoluogo, il collegamento cambia natura. La Galleria nazionale di Cosenza, a Palazzo Arnone, conserva il “Riposo nella fuga in Egitto” di Francesco De Rosa, detto Pacecco. Il riferimento è all’episodio evangelico della fuga della Sacra Famiglia, un soggetto che ha attraversato secoli di arte europea.

Qui l’Egitto assume il significato di terra di rifugio. Il dipinto appartiene a una tradizione religiosa e figurativa molto diversa da quella degli amuleti arcaici o del culto di Iside nella Copia romana. Inserirlo in questo percorso permette però di vedere come lo stesso luogo geografico abbia alimentato immagini e racconti differenti nel corso del tempo.

Tra Cosenza città e la sua provincia emerge così un itinerario che passa dalla religione antica alla pittura cristiana. Per seguirlo non occorre immaginare origini faraoniche della città o leggende prive di riscontri: bastano un santuario, gli oggetti restituiti dalle necropoli e un’opera custodita in museo. Dietro il fascino dell’Egitto esiste anche questa storia vicina, scritta nel patrimonio del territorio cosentino.

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