Erika Pedace, eccellenza crotonese nel mondo della scienza
La giovane ricercatrice selezionata per partecipare a uno dei congressi più importanti al mondo nel campo del diabete autoimmune
Crotone - Ci sono giovani che non cercano riflettori, non rincorrono like, non costruiscono visibilità. Giovani che lavorano in silenzio, con dedizione ostinata, mossi da qualcosa che va oltre l’ambizione personale. Una spinta più profonda, quasi viscerale. Una vocazione. Tra queste storie c’è quella di Erika Pedace. Erika non è un volto noto, non è una presenza costante sui social, non costruisce consenso attorno alla propria immagine. Eppure il suo lavoro potrebbe avere un impatto concreto sulla vita di migliaia di persone. È stata selezionata da un comitato internazionale per partecipare a uno dei congressi più importanti al mondo nel campo del diabete autoimmune, quello dell’Immunology of Diabetes Society, a Brisbane. Tra centinaia di ricercatori, solo due italiani: lei era una di loro.
Una carriera costruita passo dopo passo con dedizione e determinazione
Ha 27 anni, si è diplomata al Liceo Scientifico Filolao di Crotone e si è laureata all’Università di Siena in Medical Biotechnologies. Ma ciò che rende questa storia significativa non è solo il traguardo raggiunto. È il modo in cui è stato raggiunto. Erika incarna una generazione spesso invisibile: quella di chi lavora “dietro le quinte”. Giovani ricercatori che passano ore in laboratorio, tra dati, campioni e ipotesi, senza la certezza di un risultato immediato, senza applausi, senza visibilità. Persone che non inseguono la notorietà, ma la conoscenza. Che non cercano un ritorno rapido, ma un impatto duraturo. Il suo lavoro si concentra su una delle sfide più complesse della medicina moderna: il diabete di tipo 1. Una malattia autoimmune che non segue un percorso lineare, che si evolve in modo diverso da persona a persona e che ancora oggi sfugge a previsioni precise. Ed è proprio qui che si inserisce la sua ricerca. Erika studia i microRNA, minuscole molecole presenti nel sangue, cercando in esse segnali precoci, indizi nascosti che possano anticipare lo sviluppo della malattia.
Un lavoro minuzioso, quasi invisibile, ma potenzialmente rivoluzionario. Perché riuscire a individuare in anticipo chi è a rischio significa aprire la strada a diagnosi tempestive e a terapie personalizzate. È questo il cuore della sua missione. E forse è proprio questa la parola giusta: missione. Perché per alcune persone il lavoro non è semplicemente un mezzo di sostentamento. È un’estensione di ciò che sono. Una forma di responsabilità verso gli altri. Un modo per contribuire, anche senza essere visti. Viviamo in un tempo in cui l’apparire spesso sembra più importante dell’essere. In cui l’ambizione si misura in visibilità, follower, esposizione. Ma esiste un’altra ambizione, più silenziosa e meno raccontata: quella di chi vuole lasciare un segno reale, non necessariamente visibile.
Non è un’ambizione “migliore” o “peggiore”. È diversa. E forse oggi più che mai è necessario raccontarla. Raccontare storie come quella di Erika significa dare spazio a un modello alternativo: quello di chi sceglie di costruire, di studiare, di dedicarsi a qualcosa che potrà essere utile a molti, anche senza ricevere nulla in cambio se non la consapevolezza di aver fatto la propria parte. Sono queste le persone che tengono in piedi il progresso, spesso senza che ce ne accorgiamo. Quelle che lavorano nell’ombra, ma per la luce degli altri. E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire: dal valore di ciò che non si vede, ma che conta davvero.
Patrizia Manfredi