Endometriosi, la battaglia di un'infermiera crotonese per il diritto alle cure

Alexia ha subito un intervento fuori regione e chiede alla Calabria l’estensione dell’esenzione dal ticket: «La gravità non dipende dallo stadio»

A cura di Redazione
10 giugno 2026 13:00
Endometriosi, la battaglia di un'infermiera crotonese per il diritto alle cure - Foto: Redazione
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Crotone - Una storia personale che diventa una battaglia collettiva. È quella di Alexia, 28 anni, infermiera crotonese, che dopo aver affrontato un complesso intervento chirurgico fuori regione per curare endometriosi e adenomiosi ha deciso di rivolgersi alla Regione Calabria chiedendo l'estensione dell'esenzione dal ticket a tutte le pazienti affette dalla malattia, indipendentemente dallo stadio clinico. La giovane ha inoltre avviato una raccolta firme per portare all'attenzione delle istituzioni una problematica che coinvolge migliaia di donne e che, spesso, costringe le pazienti a spostarsi fuori regione o a rinunciare alle cure per motivi economici.

Il viaggio fuori dalla Calabria per curarsi

«Solo un mese fa ho affrontato un intervento chirurgico molto complesso in un centro altamente specializzato fuori dalla Calabria. Ci sono dovuta andare perché nella mia regione strutture di questo livello, purtroppo, non esistono», racconta Alexia. Una testimonianza che riaccende il dibattito sulla mobilità sanitaria e sulle difficoltà che molti cittadini calabresi incontrano quando necessitano di cure altamente specialistiche.

L'endometriosi è una patologia infiammatoria cronica che colpisce circa una donna su dieci in età fertile e che può provocare dolore cronico, infertilità e danni a diversi organi, con conseguenze importanti sulla qualità della vita.

«Ero classificata come stadio II, ma rischiavo danni agli organi»

Al centro dell'appello dell'infermiera c'è il sistema di classificazione della malattia e il legame con l'accesso all'esenzione dal ticket. In Italia, infatti, l'esenzione è attualmente riconosciuta soltanto alle pazienti con endometriosi di stadio III e IV. Una distinzione che, secondo Alexia, non sempre riflette la reale gravità della condizione clinica.

«Io sono classificata come stadio II. Eppure la mia realtà è stata drammatica: un'estesa ondata di infiammazione e cicatrici interne stava mettendo a serio rischio i miei organi vitali». La giovane racconta come le aderenze provocate dalla malattia abbiano interessato l'intestino e l'uretere sinistro, con il rischio di compromettere la funzionalità renale.

«Questo dimostra quanto le classificazioni standard siano riduttive», sostiene. Particolarmente significativo il racconto di una frase pronunciata dal fidanzato dopo aver letto la diagnosi: «Ma allora chi è al terzo o quarto stadio, muore?». Una domanda che Alexia utilizza per spiegare un concetto spesso poco conosciuto.

«La risposta è no: di endometriosi non si muore. Ma senza prevenzione e senza accesso alle cure si rischiano interventi devastanti, la perdita di funzionalità degli organi e una vita compromessa».

La proposta alla Regione Calabria

Dall'esperienza personale è nata una proposta concreta. Alexia ha infatti presentato una richiesta formale alla Regione Calabria affinché venga estesa l'esenzione dal ticket a tutti gli stadi della malattia.

«Se non avessi avuto la possibilità economica di fare visite specialistiche a mie spese, oggi racconterei un'altra storia», afferma. Da infermiera, spiega di incontrare quotidianamente donne che convivono con l'endometriosi senza riuscire ad accedere a percorsi diagnostici adeguati.

«Molte rinunciano alle cure perché non possono permettersele. Per questo ho presentato una proposta formale alla Regione Calabria e ho avviato una raccolta firme per chiedere l'estensione dell'esenzione dal ticket a tutti gli stadi dell'endometriosi».

«Voglio trasformare il mio dolore in un aiuto concreto»

L'obiettivo dell'iniziativa è promuovere una sanità maggiormente orientata alla prevenzione, evitando che le pazienti arrivino alle cure quando la malattia ha già prodotto conseguenze importanti. «Voglio trasformare il mio dolore in un aiuto concreto», scrive Alexia nel suo appello.

Un messaggio che si conclude con una richiesta chiara alle istituzioni e all'opinione pubblica: «Nessuna donna dovrebbe vedere la propria malattia aggravarsi per ottenere un diritto fondamentale: il diritto di curarsi in tempo».

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