Da Crotone a Roma inseguendo il teatro sacro: il debutto di Vincenzo Amoruso
L’attore e regista crotonese firma uno spettacolo senza parole ispirato al poema di Mikhail Lermontov: “Il teatro deve tornare a essere sacro”
Un viaggio interiore fatto di silenzi, corpo, fede e ricerca della libertà. È andato in scena al Teatro Petrolini di Roma “Il Novizio”, spettacolo diretto da Vincenzo Amoruso, tratto dall’omonimo poema di Mikhail Lermontov, con la partecipazione dell’attrice Jennifer Spunton.
Lo spettacolo racconta la storia di un giovane novizio, cresciuto in un monastero caucasico e destinato alla vita religiosa, che fugge per tre giorni verso la libertà. In quel breve tempo vive la natura selvaggia, affronta una lotta mortale contro un leopardo e scopre cosa significhi sentirsi davvero vivo. Anche tornando morente alla propria cella, non rinnegherà mai il valore di quei pochi istanti vissuti intensamente.
Classe 1996, nato a Crotone, Amoruso calca i palcoscenici sin da bambino. Dall’età di dieci anni studia tragedia greca e ha preso parte a numerosi spettacoli di teatro classico, da “Prometeo Incatenato” alle “Fenicie”, lavorando anche nel cinema indipendente con cortometraggi come “Aut Aut” di Matteo Ghisleri. Oggi approfondisce lo studio del teatro russo e da due anni si dedica alla regia teatrale e cinematografica.
“Sono un grande appassionato di Lermontov – racconta Amoruso – e porto avanti il suo universo artistico da due anni, a partire da ‘Il Demone’, dove interpretavo anche l’Arcangelo della morte. È uno scrittore russo che mi ha dato moltissimo e sono sicuro continuerà a farlo. Per questo sono fiero di portare in scena le sue opere”.
Per il regista crotonese, “Il Novizio” non è soltanto un adattamento teatrale, ma una vera ricerca spirituale. “Parla di un uomo in cerca della libertà e della propria fede, un po’ come mi sentivo io anni fa e, in parte, ancora oggi. È una ricerca interiore, un viaggio nell’anima, in ciò che ci rende vivi ma anche dolorosi. Attraverso Lermontov si affronta ogni ostacolo umano. È una storia romantica, ma romantica verso sé stessi”.
Amoruso ha scelto una forma scenica quasi completamente priva di dialoghi. “Ho voluto eliminare la parola il più possibile. Le uniche presenti nello spettacolo sono il Padre Nostro in aramaico e alcune frasi attribuite a Gesù. Amo le lingue antiche e tra le mie grandi ispirazioni c’è anche ‘La Passione di Cristo’. Inserire quelle parole in aramaico mi sembrava il modo giusto per allontanare lo spettacolo dalla realtà quotidiana”.
Una scelta artistica precisa, che nasce da una visione quasi rituale del teatro. “Viviamo sommersi dalle parole, continuamente. Mi sono chiesto: se togliessimo la parola, come esprimeremmo le emozioni? Il teatro, all’inizio, nasceva anche senza parola. Io resto legato ai principi antichi, quando il teatro era qualcosa di sacro e non semplice intrattenimento. Nell’antica Grecia era ricerca dell’uomo”.
Per questo il lavoro scenico si è concentrato sul corpo, sui movimenti e sull’espressività. “La parola ha un limite, mentre il corpo no. Attraverso gli occhi, il movimento, il suono e la musica si può andare oltre. Anche il teatro dionisiaco nasceva insieme alla musica, ai riti, alla spiritualità. Vorrei tornare proprio a quei principi”.
Nel suo racconto Amoruso ha voluto ringraziare chi lo ha accompagnato nel progetto, a partire da Jennifer Spunton. “Jennifer è un’attrice torinese di grandissimo talento. Questo non era uno spettacolo semplice da affrontare e lei è stata straordinaria. Ha interpretato due personaggi completamente diversi e il pubblico lo ha percepito. Grazie a lei il personaggio era completo”.
Il regista e attore ha poi ricordato alcune delle scene più intense dello spettacolo, “come quella della mano o delle fruste”, sottolineando come siano nate durante il lavoro creativo condiviso.
Un ringraziamento particolare è andato anche al Teatro Petrolini e al suo direttore Paolo Gatti. “Questo teatro mi ha dato moltissimo da quando vivo a Roma. Paolo Gatti, grande musicista oltre che fondatore del teatro, mi ha dato consigli preziosi”. Amoruso ha voluto inoltre citare la sua insegnante Mangata Smirnova, che da quasi cinque anni lo accompagna nel percorso artistico: “Mi trasmette passione e mi insegna cosa sia davvero il teatro. Le sarò sempre riconoscente”.
Tra i nomi ricordati anche Giuseppe Ingoglia, che lo ha aiutato nello studio del poema e nella costruzione del personaggio, Yael Argatti per luci e fonica e Sil Ceccarelli, autore delle riprese video dello spettacolo.
Dietro “Il Novizio” c’è anche una motivazione profondamente personale. “Ho realizzato questo spettacolo anche per mio nonno. Lui stava per diventare sacerdote e mi ha trasmesso la passione per il teatro. In qualche modo questo lavoro è stato anche un omaggio a lui”.
Infine, lo sguardo al futuro. “Ci saranno sempre nuove sfide, salite e ostacoli. Ma l’amore per l’arte supera tutto. Ho fatto questo spettacolo per ricerca, per amore del teatro e per capire ancora quali siano i miei limiti. Non mi sento un artista arrivato, ma un ricercatore, e voglio restarlo per tutta la vita. Registicamente alcune cose potevano essere migliori, ma questa è la magia del teatro: puoi provare cinquanta volte, ma sul palco tutto sarà sempre diverso”.