Crotone, Filly Pollinzi sui migranti: "Crotone non può essere lasciata sola"
Filly Pollinzi esamina politiche migratorie, marginalità e accoglienza: servono responsabilità condivise, strumenti adeguati e un confronto istituzionale che rimetta i territori al centro.
Crotone - Sui territori si scarica ormai da anni gran parte delle conseguenze di politiche migratorie prevalentemente emergenziali e securitarie che non risolvono i problemi ma li esasperano, producendo nuove marginalità e aggravando quelle già esistenti, con ricadute concrete sulla vita delle nostre città.
Su temi così delicati non servono letture improvvisate né semplificazioni e apprezzo che finalmente nel dibattito politico locale qualcuno avverta la necessità di richiamare alle proprie responsabilità il Governo e tutte le istituzioni coinvolte.
L'esperienza di assessora mi ha dato modo di conoscere e partecipare spesso al lavoro svolto sui tavoli convocati dalla Prefettura e al confronto sviluppato in ANCI sulle politiche migratorie. È proprio in quei contesti che ho potuto toccare con mano la distanza ancora troppo grande tra chi, sui territori, è chiamato ogni giorno ad amministrare e dare risposte concrete — Comuni, sindaci, servizi sociali — e le politiche definite a livello nazionale.
Questa distanza non può continuare a essere colmata dai Comuni.
A Crotone, terra di approdo, questa situazione è particolarmente evidente. Persone costrette a rimanere (o a ritornare) sul territorio per mesi, spesso in attesa di un documento o di un procedimento amministrativo, finiscono in un limbo burocratico e sociale. Quando mancano percorsi chiari di accoglienza e inclusione, crescono vulnerabilità, povertà, sfruttamento e marginalità, con conseguenze inevitabili anche sulle comunità locali.
Il problema, però, non sono le persone più povere di noi né quelle costrette a vivere per strada. Il problema è un sistema che lascia le persone senza risposte e, contemporaneamente, lascia i territori senza strumenti adeguati.
Proprio ieri il settore Politiche Sociali di Crotone ha pubblicato l’avviso per la realizzazione e l’accoglienza anche notturna rivolta a persone senza dimora o in condizione di grave marginalità. E’ un lavoro che viene da lontano, una programmazione elaborata dall’Ambito sociale durante una delle ultime riunioni di indirizzo politico a cui ho avuto l’onore di partecipare. Se l’avviso di coprogettazione avrà buon esito, il distretto potenzierà la sua capacità di rispondere a questi bisogni.
Eppure, credo, non sarà sufficiente se non intervengono altre risposte.
La prima priorità è affrontare immediatamente la situazione delle persone che vivono per strada. Occorre verificare e coordinare tutti gli strumenti previsti dalla normativa in materia di accoglienza, secondo le competenze dei diversi livelli istituzionali, senza scaricabarili e senza confusione.
I problemi, lo abbiamo visto, quando non si governano, possono esplodere e di solito a farne le spese è chi opera per strada come i servizi sociali che subiscono pressioni senza avere strumenti adeguati e le forze di polizia, a cui va in particolare tutta la solidarietà per i fatti recenti.
La seconda è riprendere un percorso strutturato di partecipazione valorizzando le competenze di chi da anni opera nell’accoglienza e gli strumenti di collaborazione tra pubbliche amministrazioni.
La terza è riaprire il confronto istituzionale sulle politiche migratorie.
La Prefettura riattivi il Consiglio Territoriale per l’Immigrazione e ANCI rilanci il confronto nazionale tra Governo e Comuni, perché chi vive quotidianamente questi problemi deve poter portare la propria esperienza e le proprie proposte nei luoghi dove si assumono le decisioni.
I cittadini hanno diritto a città sicure, decorose e dotate di servizi. Le persone vulnerabili hanno diritto a dignità e percorsi di presa in carico. Queste esigenze non sono contrapposte.
Crotone non può essere lasciata sola a gestire le conseguenze di scelte assunte altrove. Serve che ogni istituzione si assuma le proprie responsabilità e lavori insieme alle altre.
Perché la dignità delle persone che arrivano e la qualità della vita delle comunità che le accolgono non sono questioni contrapposte: sono due dimensioni dello stesso problema e devono essere affrontate insieme, con competenza, serietà e responsabilità istituzionale.