Crotone, Filly Pollinzi su Amendolara: "Attorno al caporalato esiste una vasta area grigia"
"Le vittime di Amendolara meritano più del ricordo e delle dichiarazioni di circostanza", si legge nella nota
Crotone - La morte dei quattro braccianti ad Amendolara non è un incidente del sistema produttivo: è una sua deformazione strutturale, resa possibile da una filiera che troppo spesso scarica il costo della competitività sugli ultimi. Dietro ogni giornata di lavoro pagata pochi euro, dietro ogni turno massacrante sotto il sole, dietro ogni trasporto insicuro verso i campi, c’è un caporale e c’è un sistema che trova conveniente chiudere gli occhi.
La politica ha certamente le sue responsabilità. Da anni si susseguono annunci, leggi, tavoli istituzionali e campagne di sensibilizzazione. Durante il percorso del mio assessorato alle politiche sociali nel comune di Crotone, abbiamo preso parte a diversi programmi dedicati a interventi contro lo sfruttamento e la tratta. Mi riferisco, per esempio, a “Diagrammi” nel programma Su.Pr.eme e a “Incipit”, progetti di alto valore sociale rispetto ai quali le organizzazioni sociali responsabili e gli enti locali in partenariato hanno ottenuto anche buoni risultati. Abbiamo partecipato a ogni programma regionale dedicato al tema, tra cui “Integra” e nel prossimo periodo i servizi sociali del distretto socio assistenziale di Crotone avranno gli strumenti per continuare a fare la loro parte.
Malgrado l’attività del Terzo Settore e delle istituzioni più attente, nelle campagne italiane, migliaia di lavoratori continuano a vivere in condizioni indegne di un Paese che si definisce avanzato. Se il fenomeno continua a prosperare, significa che tutto questo non basta. Significa che mancano controlli, trasporti pubblici adeguati, politiche abitative dignitose per i lavoratori stagionali e una reale tutela di chi denuncia.
Attorno al caporalato esiste una vasta area grigia fatta di connivenze, silenzi e convenienze economiche. C’è chi sfrutta direttamente e chi finge di non sapere. C’è chi beneficia di prezzi sempre più bassi senza interrogarsi sul costo umano che si nasconde dietro un prodotto agricolo venduto sottocosto. C’è chi considera la manodopera migrante una risorsa solo quando serve raccogliere nei campi, salvo ignorarne le condizioni di vita il resto dell’anno.
Le quattro vite spezzate ad Amendolara pongono una domanda scomoda alla politica, alle imprese e alla società intera: quanto vale davvero il lavoro di chi raccoglie il cibo che arriva sulle nostre tavole? Se la risposta continua a essere misurata solo in termini di costi e margini di profitto, allora ci saranno altre tragedie e atti criminali come quello appena visto.
Una democrazia si misura anche da come tratta i lavoratori più vulnerabili. Quando uomini e donne sono costretti ad affidarsi ai caporali per lavorare, spostarsi e sopravvivere, siamo certamente di fronte a un problema di legalità e a una sconfitta politica e morale.
Le vittime di Amendolara meritano più del ricordo e delle dichiarazioni di circostanza. Meritano che la loro morte interrompa finalmente il patto tacito tra sfruttamento, convenienza e indifferenza che da troppo tempo avvelena una parte del mondo del lavoro italiano. Meritano un investimento strutturato e un potenziamento delle strutture di controllo a cominciare dagli ispettori del lavoro.
Meritano che la bandiera della “sicurezza” smetta di essere agitata per la propaganda e poi invece svuotata di risorse umane e strumenti per prevenire, controllare e eventualmente sanzionare.
Loro e noi tutti meritiamo che di lavoro dignitoso si ritorni a parlare seriamente in questo Paese perché, in generale, chiunque lavori senza poter arrivare neanche alla metà del mese è in una condizione di sfruttamento.
Filly Pollinzi