Crotone e lo sviluppo possibile: territorio, istituzioni e nuove traiettorie economiche
Nota del prof. Romano Pesavento, Presidente CNDDU
Riceviamo e pubblichiamo - Crotone - Parlare oggi dello sviluppo economico della città di Crotone e della sua provincia significa tenere insieme storia e prospettiva, crisi e possibilità, limiti strutturali e nuove opportunità. L’evoluzione dei mercati globali e delle teorie dell’economia regionale ha reso sempre più evidente come la dimensione territoriale non sia uno sfondo, ma una variabile centrale per spiegare la localizzazione delle attività produttive, l’organizzazione economica e la capacità di un’area di generare crescita nel tempo. In questo quadro, la localizzazione non rappresenta più un dato esterno, ma una scelta strategica che dipende dall’interazione tra rendimenti crescenti, costi di trasporto, infrastrutture, competenze e qualità istituzionale.
Crotone incarna perfettamente queste dinamiche. La sua storia industriale, segnata prima dalla concentrazione produttiva e poi dalla deindustrializzazione, ha prodotto un sistema economico frammentato ma non privo di vitalità. La concentrazione della produzione, tradizionalmente interpretata come motore dello sviluppo, qui ha lasciato spazio a una diffusione di piccole imprese spesso poco integrate tra loro, costrette ad adattarsi a un contesto complesso ma capaci di cogliere opportunità anche atipiche. Questa capacità di adattamento, che talvolta appare come deformazione rispetto a modelli standard, rappresenta in realtà una forma di resilienza economica.
Le teorie dell’agglomerazione aiutano a comprendere perché territori come quello crotonese incontrino difficoltà a consolidare processi di concentrazione produttiva: in presenza di rendimenti crescenti e costi di trasporto elevati, l’assenza di reti e servizi avanzati tende a frenare l’emergere di sistemi locali integrati. Tuttavia, proprio la diffusione di competenze, saperi taciti e iniziative imprenditoriali suggerisce l’esistenza di potenzialità distrettuali non ancora pienamente espresse. Più che un distretto già formato, Crotone appare come un territorio in cui un ecosistema produttivo può nascere progressivamente, a condizione che si rafforzino le connessioni tra imprese, istituzioni e conoscenza.
Lo studio della piccola impresa diventa quindi il punto di partenza per qualsiasi riflessione sullo sviluppo locale. La tradizione che vede nel distretto industriale un’entità socio-territoriale, in cui comunità e imprese si interpenetrano, resta particolarmente utile per interpretare il crotonese. Qui il territorio non è solo luogo fisico, ma fattore produttivo che incorpora storia, relazioni sociali, istituzioni e competenze. Il successo di un sistema locale dipende dalla capacità di combinare radicamento e apertura, scambi interni e relazioni esterne, costruendo reti che favoriscano circolazione di conoscenza e innovazione.
Le analisi sullo sviluppo delle aree arretrate mostrano che la ricerca di un settore salvifico raramente produce risultati. Più efficace è partire dalle sedimentazioni imprenditoriali e culturali esistenti, analizzare la matrice produttiva locale e individuare i vuoti che possono essere colmati. In questo senso, la capacità di diversificazione dell’imprenditoria crotonese rappresenta una risorsa rilevante. Molte imprese estendono le attività oltre il settore originario, commercializzano prodotti, avviano servizi o esplorano nuove linee produttive, dimostrando propensione al rischio e capacità di adattamento anche in assenza di forti economie esterne.
Tra gli ambiti più coerenti con la struttura territoriale emerge l’agro-alimentare, inteso non come ritorno nostalgico al passato ma come filiera evoluta che integra produzione, trasformazione, qualità, logistica e marketing territoriale. Il valore non risiede solo nei prodotti — il vino, il pane, le specialità locali — ma nella possibilità di costruire sistemi produttivi circolari, basati su competenze radicate e innovazione di processo. Questo orientamento riflette una lezione ricorrente nelle politiche di sviluppo: lo sviluppo funziona quando si valorizzano risorse che il territorio sa già utilizzare meglio di altri, evitando strategie di rottura prive di basi competenziali.
Il tema delle politiche regionali resta centrale. Per lungo tempo l’intervento pubblico si è concentrato su trasferimenti finanziari e incentivi diretti, con risultati limitati sulla struttura produttiva. Le strategie più recenti pongono invece l’accento sullo sviluppo endogeno, sulla cooperazione tra imprese, sulla fornitura di servizi avanzati e sulla riduzione dei costi di transazione. In questa prospettiva, il ruolo delle istituzioni locali e del partenariato sociale diventa decisivo. Sindaci, organizzazioni sindacali, università e attori territoriali possiedono una conoscenza diretta delle criticità e possono orientare interventi mirati, soprattutto nella rimozione delle strozzature infrastrutturali e organizzative.
Le riflessioni maturate negli anni della programmazione europea restano attuali. Una strategia di sviluppo efficace richiede politiche nazionali sensibili alle aree periferiche, investimenti in innovazione e sostenibilità, formazione continua, governance pubblica efficiente e rafforzamento della legalità. Senza queste condizioni, la programmazione rischia di produrre interventi isolati e non trasformativi. La questione centrale diventa quindi culturale prima ancora che economica: costruire una politica di sviluppo basata su cooperazione stabile, responsabilità condivisa e fiducia tra attori locali.
La storia industriale di Crotone rende evidente quanto i processi di industrializzazione e deindustrializzazione possano generare dispersione di competenze. Riproporre modelli del passato appare poco realistico; più plausibile è ripensare l’industria in forme leggere, integrate con servizi, trasformazione agro-industriale, economia del mare e riconversione delle aree produttive. In questo quadro, la bonifica dei siti industriali non rappresenta solo una questione ambientale ma una condizione economica per la disponibilità di spazi, la fiducia degli investitori e la definizione di nuove traiettorie produttive.
Le infrastrutture costituiscono un ulteriore elemento decisivo. La letteratura economica mostra che gli investimenti pubblici influenzano direttamente le decisioni di investimento delle imprese, riducendo vincoli finanziari, costi di aggiustamento e incertezza. Nel caso crotonese, accessibilità, porto, connessioni digitali e qualità delle aree industriali incidono sulla capacità di attrarre iniziative produttive. Strumenti recenti come la ZES e i programmi regionali per le aree produttive offrono opportunità, ma i loro effetti dipendono dalla capacità progettuale locale e dalla continuità delle politiche.
Il quadro economico più recente mostra segnali di miglioramento: aumento dell’occupazione, riduzione della disoccupazione, crescita di alcune componenti dei servizi e progressivo consolidamento di imprese più strutturate. Tuttavia persistono criticità profonde, tra cui la diffusione del lavoro discontinuo, l’elevata inattività e la limitata integrazione tra imprese. Anche il turismo, pur in ripresa, non ha ancora recuperato pienamente i livelli pre-pandemia e resta fortemente stagionale, evidenziando la necessità di trasformarlo in una vera filiera economica.
Queste dinamiche si inseriscono nel più ampio dualismo territoriale italiano. Le evidenze empiriche indicano che le divergenze tra regioni non sono temporanee ma strutturali, legate a differenze nella produttività, nella capacità occupazionale e nell’organizzazione dei sistemi produttivi. Ciò implica che il problema dello sviluppo crotonese non può essere affrontato con politiche congiunturali, ma richiede interventi strutturali orientati alla produttività, all’integrazione e alla capacità di assorbire lavoro.
In questo scenario, la questione centrale non è individuare un settore trainante, ma trasformare la frammentazione in rete. Lo sviluppo emerge quando le imprese esistenti si connettono, quando i servizi produttivi crescono, quando le politiche pubbliche migliorano il contesto e quando il territorio costruisce un’identità economica riconoscibile. Il porto, la filiera agro-alimentare, il turismo, i servizi alle imprese e la riconversione industriale rappresentano ambiti che, se integrati, possono contribuire alla costruzione di un ecosistema produttivo territoriale.
L’esperienza storica suggerisce che gli incentivi isolati non bastano e talvolta distorcono le scelte imprenditoriali. Più efficace risulta investire nei fattori di contesto: infrastrutture, competenze, servizi, governance. In questo senso, il partenariato tra istituzioni e forze sociali assume un ruolo strategico, perché consente di orientare lo sviluppo verso obiettivi condivisi e di stabilizzare una visione comune del futuro.
Crotone mostra resilienza, capacità di adattamento e competenze diffuse, ma il passaggio decisivo consiste nel trasformare queste risorse in connessioni stabili. Lo sviluppo non deriva da un annuncio né da un singolo progetto, ma da un processo cumulativo in cui ogni intervento rafforza il successivo. In altre parole, la prospettiva più realistica per il territorio crotonese è quella di un’evoluzione graduale: organizzare ciò che esiste, colmare i vuoti produttivi, valorizzare le vocazioni locali e costruire progressivamente un sistema economico integrato, aperto e riconoscibile.
Prof. Romano Pesavento - Presidente CNDDU