Ciclone Harry, psicologo Piccolo: "Il trauma del disconoscimento è peggiore del trauma stesso"

Secondo lo psicologo il silenzio mediatico seguito al ciclone Harry rischia di aggravare il trauma collettivo vissuto dalle comunità colpite.

A cura di Redazione
26 gennaio 2026 20:00
Ciclone Harry, psicologo Piccolo: "Il trauma del disconoscimento è peggiore del trauma stesso" -
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Cosenza - Il ciclone Harry ha devastato le coste calabresi con una violenza senza precedenti. Onde fino a 16,66 metri, le più alte mai registrate nel Mediterraneo, hanno colpito infrastrutture, abitazioni, attività economiche e territori già fragili, causando danni stimati in miliardi di euro. Per le comunità coinvolte si è trattato di un trauma reale, improvviso, destabilizzante.

Eppure, a fronte della portata dell’evento, la narrazione mediatica nazionale è stata scarsa, frammentaria, rapidamente archiviata. La maggior parte dei grandi media ha trattato l’accaduto come un fatto marginale, quasi una parentesi meteorologica.

Dal punto di vista psicologico e psicoanalitico, questo silenzio non è neutro. Rappresenta un secondo trauma che si aggiunge al primo.

Judith Herman, una delle maggiori esperte in materia di traumi e abusi, afferma che “il conflitto tra la volontà di negare eventi orribili e la volontà di proclamarli ad alta voce è la dialettica centrale del trauma psicologico”. Quando un evento traumatico colpisce una comunità intera, il riconoscimento pubblico diventa parte integrante del processo di elaborazione. Non basta sopravvivere all’evento: occorre che esso venga visto, nominato, inscritto in una narrazione condivisa.

Il mancato riconoscimento sociale e istituzionale produce ciò che Sándor Ferenczi, psicoanalista e psichiatra ungherese, definiva il “trauma del trauma”: non la ferita causata dall’evento in sé, ma quella inflitta dalla sua negazione da parte delle figure di riferimento. È una violenza sottile ma profonda: sentirsi dire “non è così grave”, “non merita attenzione”, o addirittura “è colpa vostra”. In queste condizioni, ciò che viene negato ritorna sotto altre forme: rabbia diffusa, senso di impotenza, sfiducia nelle istituzioni, vissuti di abbandono, frattura del legame sociale.

Questo è particolarmente vero per la Calabria che storicamente sperimenta una relazione ambivalente con lo Stato: territori che spesso sentono di esistere solo quando diventano un problema, un’emergenza o una brutta statistica. Il silenzio che segue il trauma rafforza un’esperienza già nota: quella di non contare abbastanza da meritare attenzione, memoria, cura.

Esprimere solidarietà non è sufficiente se resta sul piano emotivo o retorico. La solidarietà deve tradursi in azione, in presa di parola pubblica, in responsabilità politica e comunicativa. Perché qui non si tratta solo di ricostruire strade, porti, abitazioni o attività economiche. Si tratta di ricostruire le persone dopo il trauma.

La psicologia del profondo lo insegna da sempre: senza riconoscimento non c’è elaborazione. Senza testimonianza non c’è guarigione. Il silenzio non protegge dal dolore, lo rende soltanto più solitario e più distruttivo.

Dott. Marco Piccolo, psicologo di Cosenza

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