Alluvione di Crotone, Boscarato: «L’acqua ci tolse tutto, ma ricevemmo tanto»

Aveva 9 anni quando l’acqua travolse la sua famiglia e il quartiere Fondo Gesù. Oggi ricorda quei giorni, la solidarietà ricevuta e le ferite ancora visibili in una zona che sente dimenticata

A cura di Redazione
14 ottobre 2026 10:00
Alluvione di Crotone, Boscarato: «L’acqua ci tolse tutto, ma ricevemmo tanto» - Foto: Redazione
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Crotone - Ci sono giorni che restano impressi nella memoria anche quando passano trent’anni. Per Tiziano Boscarato, l’alluvione che colpì Crotone nel 1996 è uno di questi. Aveva appena 9 anni quando l’acqua sconvolse la sua famiglia e cancellò in poche ore ciò che aveva costruito con sacrificio. Oggi, ripensando a quella tragedia, il suo sguardo va oltre i danni materiali: il ricordo diventa una riflessione sulla capacità di rialzarsi, sulla solidarietà ricevuta e sulle condizioni di Fondo Gesù, il quartiere in cui è cresciuto.

«Quel giorno per me e la mia famiglia è stato devastante», ci racconta Boscarato. «Oggi ricordarlo mi fa pensare che ci si può rialzare da tutto, anche dal perdere ogni cosa. Molta gente ha perso molto più di tutto ciò che aveva: ha perso qualcuno che amava, ed è da lì che è difficile ripartire».

Nelle sue parole c’è il peso di un’esperienza vissuta da bambino, ma anche la consapevolezza maturata negli anni. Prima dell’alluvione, la sua era una famiglia umile, composta da sei persone. Dopo, non restava più nulla di ciò che possedevano. A fare la differenza furono le persone incontrate nei giorni successivi, quando la necessità di ricominciare si scontrava con la perdita della casa e delle certezze quotidiane.

La solidarietà dopo la tragedia

L’acqua portò via i beni materiali, ma non riuscì a cancellare la rete di solidarietà che si strinse attorno alla famiglia. Amici dei genitori, fratelli del Cammino neocatecumenale, amici di famiglia e clienti del bar si mobilitarono per aiutarli. Alcuni offrirono sostegno concreto, altri furono vicini alla famiglia anche sul piano psicologico.

«Per tanti giorni siamo stati da qualche amico dei nostri genitori, fratelli del Cammino neocatecumenale, amici di famiglia che si sono subito messi all’opera per proteggerci, anche a livello psicologico, clienti del bar che sono venuti in nostro soccorso», ricorda ancora.

Un aiuto che, a distanza di tre decenni, conserva un significato profondo. «L’acqua ci ha tolto tutto, ma ci ha dato cose molto più importanti. Molti volontari hanno dato una grande mano per poter ritornare a casa nostra». Da qui la sua riflessione: «Siamo stati fortunati nella sfortuna, abbiamo ricevuto tanto dal mondo, più di quanto ci ha tolto».

Il fiume Esaro e la paura di quei giorni

L’alluvione ha segnato anche l’adolescenza di tanti ragazzi del quartiere. E Tiziano Boscarato ricorda infatti gli anni successivi alla tragedia, quando ogni pioggia diventava motivo di preoccupazione e il controllo del fiume Esaro faceva parte della quotidianità.

«I primi anni, noi ragazzi di Fondo Gesù, andavamo a controllare il fiume a ogni pioggia. Avevo 9 anni all’epoca. Nel quartiere le persone ci chiedevano a che punto fosse la situazione».

Trent’anni dopo, a preoccuparlo è anche lo stato attuale del corso d’acqua, che descrive come poco curato e pieno di vegetazione. Una condizione che riporta alla memoria quanto accaduto e alimenta interrogativi sulla manutenzione e sulla prevenzione del rischio idraulico.

«Speravo che dopo 30 anni avremmo avuto una sensibilità diversa riguardo al fiume Esaro, ma forse mi sbaglio io», osserva, riferendo che gli è stato detto che la situazione non sarebbe pericolosa.

Fondo Gesù, un quartiere che si sente dimenticato

Il bilancio dei trent’anni non riguarda soltanto il ricordo dell’alluvione. Per Boscarato, il quartiere in cui è cresciuto porta ancora i segni di una lunga attesa e di un degrado che, a suo giudizio, non ha ricevuto l’attenzione necessaria.

La madre è tornata nell’abitazione dopo la ristrutturazione del palazzo, durata 16 anni. Un periodo lunghissimo, che Boscarato richiama anche con ironia: «Nemmeno il cantiere della Sa-Rc è durato così tanto».

Ma dietro la battuta c’è l’amarezza di chi, tornando nei luoghi della propria infanzia, vede una realtà che sente distante dalle necessità dei residenti. «Oggi il quartiere è abbandonato e ogni volta che torno lì vedo il degrado di un quartiere che sembra dimenticato», racconta.

Crotone e la difficoltà di scegliere il proprio futuro

La vicenda personale di Boscarato diventa infine una riflessione sulla storia economica e sociale della città. Nel suo ragionamento, il destino di Crotone è legato anche alle scelte compiute nel passato e alla difficoltà di individuare una nuova direzione dopo la crisi del modello industriale.

«Credo che Crotone abbia scelto male cosa diventare da grande. Ha pensato di diventare polo industriale, quando ha capito l’errore ormai era tardi. Oggi è di nuovo in quella fase in cui non sa cosa diventare. E in queste fasi si rimane indietro», afferma.

A questa lettura affianca una battuta amara sul futuro della città, immaginata come già pronta a vivere in un mondo senza collegamenti ferroviari e segnato da scenari quasi post-apocalittici. Un modo ironico per descrivere la sensazione di isolamento e di ritardo rispetto ad altri territori.

La conclusione torna al palazzo di Fondo Gesù, simbolo, nella sua interpretazione, delle diverse fasi attraversate dalla città: l’alluvione, la fine dell’industria, la ricostruzione e una lunga transizione che sembra non finire.

«Siamo come il palazzo dove sono cresciuto a Fondo Gesù: colpito dall’alluvione, ristrutturato dopo 14 anni, in una fase transitoria, quella che stiamo vivendo, per ben 16 anni».

Tiziano Boscarato

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